Artista Domenico Cialone | Commenti critici

Commenti critici

Giulio Carlo Argan

"Le tue prime opere di scultura mi ricordano gli anni '30. Le ultime le trovo di un figurativo decisamente interessante che contiene (guarda questa donna...-e indic̣ Donna seduta numero 3-) l'esperienza scultorea di H. Moore e oltre."


Mariano Urizar

"Le danzatrici di Cialone, sembrano sospese nel vuoto; le loro forme disegnano sonorità siderali. Più che gioiosa espansione del corpo e dello spirito, queste figure sembrano testimoniare una faticosa ascesa verso l'Assoluto in cui corpo e spirito trovano una loro estrema sintesi e sublimazione. Senza subire influenza di sorta, Cialone approfondisce con attenta sensibilità ed acutezza i problemi della scultura, offrendoci opere che sono testimoni della sua fede nella bellezza e del suo amore per tutto quello che può sopravvivere nell'arte e nella vita".


Enzo Arduini

"Le tue sculture sono piene di sentimento".


Antonio Poce

"Nè conflitti esasperati, nè deliri attraversano la poetica di Cialone, ma solo un incontenibile stupore per il corpo umano, nelle sui vibrazioni più intime.".


Vincenzo Ludovici

"Domenico in più ha dalla sua parte la conoscenza e l'amore per la musica; questo lo rende, ai miei occhi, artista completo".


Maria Clielia Pietrandrea

"Perfetto senso della plasticità e proporzione classica sono presenti nella Eva, grande bronzo dell'82, che davvero rappresenta l'essenza del femminile, nella piena rotondità delle forme e nella inquietudine che rivela l'espressione del viso".


Maria Clelia Pietrandrea scrive per Domenico Cialone...

Scrive Domenico Cialone come premessa al catalogo multimediale ,che raccoglie le opere più significative del suo lavoro trentennale : le mie sculture sono solo “cose materiali”[…..]. Linguaggio semplice, diretto, quasi ingenuo, un modo di esprimersi tipico dell’artista, per cui è usuale sintetizzare in un oggetto, in un’immagine, ciò che i cosiddetti “intellettuali” diluiscono in pagine e pagine.
E non a caso Cialone è un autodidatta, la sua scultura nasce da una necessità interiore, dalla volontà di emanciparsi dalla inevitabile aridità emotiva della sua stessa professione di ingegnere e, come lui stesso acutamente nota, dalla volontà di realizzarsi pienamente come essere umano, di non sentirsi “il piccolo ingranaggio di un sistema”.
Forse per questo è una scultura sincera, “organica” alla maniera di Henry Moore, e come in Moore non ha orizzonte più alto che la figura umana, la bellezza ,la dignità profonda, la plasticità di un corpo.
Proprio per questa “ossessione” artistica per il corpo umano la sua scultura non si involve in ricerche intellettualistiche, non è viziata da virtuosismi. E’ piana, naturale, ama la figurazione . Quasi una felice, anticonformista eccezione nel panorama desolante della produzione contemporanea, ormai quasi tutta ripiegata in un formalismo fine a se stesso, quando non apertamente approdata a una deriva blasfema necrofila, escrementizia non solo in metafora. Un grande “Immundum”, come lo definisce Jean Clair, un feticcio muto e ammutolente : “Tutto in nome di non si sa quale squallido mutamento di prospettiva, come se questo fosse il bisogno supremo dell’umanità ; e tutti questi trucchetti, tutte queste pessime trovate, tutta questa bestemmia incarnata” (L. Cohen , Libro del desiderio; il corsivo è mio).
Domenico miracolosamente e forse per una forma di felice ingenuità si salva da questa decadenza , non vuole “epater le bourgeois”, non cerca lo scandalo presso un pubblico che ormai non si scandalizza più davanti a nulla: cerca armonia, meraviglia ,slancio vitale , è ancora nella stagione della conquista della forma, non ha ceduto al balbettio, alla confusione, alla “perdita di centro” che avviene nella persona dell’artista prima ancora che nella sua arte, alla disperata confusione che segue la distruzione dell’oggetto.
Riguardo alle fonti della scultura di Cialone, so da lui stesso che ama l’opera quintessenziale, esemplare, “platonica”, di Michelangelo. L’eco michelangiolesca è immediatamente percepibile nella ostentata torsione dei corpi , che a volte sfocia nella ricerca di pose e tensioni innaturali. In questa materia piegata a un’esigenza formale più alta si annida e si rivela un’ansia interiore, che è spinta alla ricerca creativa e inquietudine esistenziale.
Accanto a questo riferimento elevato , impegnativo eppure tradotto da Domenico in un linguaggio a lui perfettamente congeniale , è a mio avviso altrettanto evidente la affinità con la plasticità dolce e piena di Moore, di cui condivide il senso profondamente religioso della nobiltà e unicità della figura umana: la bellezza rivelata dell’uomo che ci viene direttamente dal kouros e dalla kore, un caposaldo della civiltà occidentale che abbiamo accantonato col cosiddetto “post-human” , istanza dominante del nostro tempo oscuro, dove l’uomo non è più immagine di Dio, ma carne offerta al macello del profitto e della Tecnica.
Un altro artista che viene subito in mente di fronte ai lavori di Domenico è Auguste Rodin, il suo amore per materiali durevoli ed “eroici” , primo fra tutti il bronzo, grande catalizzatore di luce ma che presenta costantemente il rischio di risultare greve e retorico, una empasse che Domenico evita attribuendo grande duttilità e leggerezza alle masse plastiche, ad esempio attraverso l’allungamento e assottigliamento delle membra.
Soggetto protagonista indiscusso della sua produzione è la figura femminile, amorosamente indagata in infinite pose, a volte apparentemente naturali eppure studiatissime, a volte complesse e contorte, ma che creano sempre una presenza forte e “monumentale”, anche quando le effettive dimensioni dell’opera sono ridotte. Questa naturale classicità della sua opera si rivela anche di fronte a soggetti evidentemente in preda a sconvolgimenti psichici, come nell’ “Invasata” dell’’84, tema difficilissimo e spesso affrontato nella storia dell’arte, che Cialone risolve brillantemente , richiamando la bellissima Menade di Skopas nella violenta torsione del busto della donna, e nell’ambiguità del movimento, che non lascia capire se la figura stia per alzarsi in piedi o stia crollando in ginocchio. Perfetto senso della plasticità e proporzione classica è presente nella Eva , grande bronzo dell’82, che davvero rappresenta l’essenza del femminile, nella piena rotondità delle forme e nella inquietudine che rivela l’espressione del viso, la malinconica inquietudine che rappresenta il tratto più affascinante della Anna Maria, (1983), in cui la placida tranquillità con cui è atteggiato il corpo sembra contrastare con l’intensità severa del volto. L’archetipo del femminile, la Venere, è presenza costante nell’opera di Domenico, sia nella più nota presentazione in piedi tipica della statuaria greca e romana, col peso che grava su una gamba e fa leggermente piegare l’altra, sia nella iconografia della Dea distesa e dormiente, come nella bella Donna distesa n.3, in cui una certa dolcezza giorgionesca si intreccia a una memoria di scultura funeraria, riporta alla mente i calchi di Pompei o la celebre S. Cecilia del Maderno.
Ancora echi classici mi sembra di avvertire nella produzione in terracotta, materiale che , a discapito del luminismo del bronzo, consente una ricerca più sottilmente intellettuale. Ho presente la Donna seduta n. 3,del ’90, in cui la aperta sensualità della posa passa quasi in secondo piano rispetto alla geometria perfettamente scandita della composizione, giocata sul triangolo formato da busto, gambe e braccia , equilibrato dall’armonioso ovale della testa : un gusto della sintesi nobile , “antico” e mediterraneo, alla maniera di Arturo Martini
Altro leitmotiv della produzione di Domenico è senza dubbio l’amore, sia nell’aspetto di turbamento sensuale sia nella forma di vis generandi, . Scorrendo il suo catalogo, infatti, ci si trova di fronte a una costante ripetizione e meditazione degli stessi temi strettamente intrecciati : Gli Amanti, Nascita, Maternità, Incontro… E’ commovente il suo interesse pieno di stupore per la vita prenatale e del neonato, che prende forma nelle bellissime terracotte degli anni ’80, dal sapore quasi arcaico nella estrema sintesi espressiva, così come è sincera la sua identificazione nel nodo affettivo che lega la madre e il bambino che si rivela nella Maternità n. 1, la cui dolce plasticità riporta alla mente certa soave scultura rinascimentale toscana. Quasi un capitolo a parte andrebbe riservato alla “Danzatrice”, un tema particolarmente caro a Domenico, e che innesca naturalmente il confronto con le celebri “Ballerine” di Degas. Il legame con il francese è a mio avviso solo apparente, perché i bronzi di Degas sembrano sempre essere in relazione con il loro spazio circostante, sono come frammenti di spazio isolati dallo scultore, procedimento perfettamente in linea con l’estetica impressionista. Le danzatrici di Cialone sono invece degli “assoluti”, creano spazio esse stesse con l’ampiezza del loro movimento , intrigano lo spettatore col loro potente slancio vitale, catturano l’occhio con lo studio anatomico accurato , ma che passa in secondo piano rispetto alla forza emotiva che emanano.
Infine merita una nota l’attività di Domenico come pittore : alla tecnica pittorica si è accostato solo di recente, forse anche come una sorta di ripensamento e ritraduzione dei suoi lavori in un diverso linguaggio. Rispetto alla scultura trovo una dimensione più quotidiana, carnale, contingente, come se volesse cogliere attraverso la intensa matericità della sua pittura il “sapore massimo” dell’istante, e della sua impermanenza , cosa che la scultura, per sua natura vuol contraddire e superare. Domenico si è avvicinato alla pittura con grande umiltà, cominciando a copiare e rielaborare opere di grandi pittori , e sta lentamente acquisendo una autonomia espressiva e superando quel limite rappresentato da una difficile fusione fra l’elemento grafico e quello cromatico.

Maria Clelia Pietrandrea

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